April 7, 2018

February 24, 2018

January 16, 2018

January 10, 2018

Please reload

Post recenti

Il piacere della libertà

February 9, 2018

1/5
Please reload

Post in evidenza

2001 Odissea nello spazio

August 3, 2018

 

 

Un piccolo racconto di A. C. Clarke, “La sentinella”, fornì a Stanley Kubrick lo spunto per sviluppare la trama di “2001 Odissea nello spazio”, forse il suo massimo cimento nella settima Arte. Cinque anni di lavorazione e dieci milioni e mezzo di dollari, dovuti alla meticolosa ricostruzione di ambienti tecnologici e spaziali, “trucchi”, che in questo caso hanno rappresentato la caratteristica principale di un’opera di estremo realismo visionario, dimostrano l’importanza del film.

A 50 anni esatti dall’uscita, la realizzazione risulta ancora di assoluta eccellenza, e 2001 conserva intatto il suo fascino, però anche le caratteristiche di storia che non concede quasi nulla allo spettacolo inteso come svago. L’intero dramma è avvolto da un alone di inesorabile fatalità che esclude a priori la volontà e i sentimenti degli esseri umani; personaggi femminili non ce ne sono, e lo stesso protagonista -il glaciale Keir Dullea- nella titanica concezione dell’opera è il rappresentante della propria specie, ed è quindi privo di identità personale. Manca una chiara struttura narrativa, perché Kubrick ha puntato tutto sulle immagini, riducendo i funzionali dialoghi al minimo, una scelta che ha reso ancora più difficile la comprensione del susseguirsi della vicenda, di alto livello concettuale. Se a questo aggiungiamo l’esasperante lentezza di alcune sequenze, come quella in cui Bowman disinstalla HAL 9000, il computer assassino, fino ad  azzerarlo, oppure l’ambiguità delle scene conclusive che mostrano l’invecchiamento dell’astronauta, nelle quali o il tempo scorre a incredibile velocità o il regista lo ha sintetizzato in una serie di “quadri” animati che comprimono l’esistenza del protagonista in una specie di recita incosciente del proprio ciclo biologico, si capirà come mai 2001 non sia adatto a una vasta platea. E gli stessi critici, quando uscì, rimasero disorientati dalla sua originalità; si aspettavano un classico film di fantascienza, invece si imbatterono in un incubo grandioso, lucido e di straordinario valore tecnico, che era costato quanto un kolossal e non ne aveva affatto le accattivanti qualità. 

In effetti, 2001 è una fantasia teologico-evoluzionista che inizia dagli ominidi preistorici per culminare, in un’altra era, nella nascita del “superuomo”.  Il poema sinfonico di Richard Strauss “Così parlò Zarathustra”, che funge da colonna sonora, ispirato all’omonima opera del filosofo Friedrich Nietzsche, il teorico dell’uomo superiore, dotato di volontà di potenza, conferma e sottolinea che è quello il perno della vicenda. Solo che il novello Adamo senza paradiso non nascerà da un creatore che lo vuole a sua immagine e somiglianza ma da un dio alieno a forma di nero, squadrato monolito, simile a una porta senza serratura per una dimensione sconosciuta, come quella da cui proviene lui, che, per quanto ne sappiamo, potrebbe considerare la storia umana un semplice trastullo o un esperimento per i suoi poteri inimmaginabili.

Il sospetto viene fin dal principio, quando la geometrica divinità si manifesta a una tribù di scimmie primordiali e tramite misteriose onde sonore infonde il lume dell’intelletto nei darwiniani antenati dell’uomo. E quale ne sarà la prima utilizzazione? Se nella Bibbia Caino uccideva Abele, nella nuova Genesi fantascientifica la scimmia dominante uccide il capo della tribù avversa e conquista il torrente, a cui si abbevera di solito insieme ai propri simili, per mezzo di un osso che poi, lanciato in aria, viene magicamente trasformato dal geniale Kubrick in un’astronave del ventesimo secolo. Si passa così alla seconda parte, ma perché il nume monolitico decida di dare inizio all’evoluzione dei terrestri, rimane un mistero. Accade, tutto qua, e all’interno di una storia rivolta più al subcosciente degli spettatori che alla loro logica, come dichiarato in seguito dal famoso regista.

Trascorsi quattro milioni di anni, un arco temporale immenso per gli uomini, però ininfluente per il monolito, l’essere si ripresenta tra le polveri lunari di Tycho, dove è stato dissepolto dagli scienziati della base spaziale, e quando se li trova riuniti attorno, riserva loro il medesimo trattamento sonoro degli avi preistorici, stavolta programmando nelle menti umane le azioni che prepareranno l’avvento del superuomo; almeno questo è ciò che si deduce dal seguito.

 

 

Inizia la terza parte, con l’astronave Discovery1 che viaggia verso Il pianeta Giove, e gli intenzionali vuoti narrativi aumentano, obbligando chi guarda il film e cerca di capirlo a colmarli come meglio crede. La missione è stata, come già ipotizzato, prestabilita (quattordici mesi prima) dal monolito? Probabile, anche perché lo scopo dell’impresa sfuma inafferrabile tra il top-secret dello Stato Maggiore e le bugie di HAL 9000. E anche la successiva ribellione del computer di bordo, che elimina i possibili pretendenti al ruolo di generatori del nuovo Adamo come ne fosse invidioso (qui ci potrebbe stare una maliziosa osservazione del regista che attribuirebbe al cervello elettronico di creazione umana le stesse emozioni dei creatori), meno Bowman, che infine lo annichilisce? Altrettanto probabile, tanto più che così il superstite rimarrà tagliato fuori dalla base e dalla Terra e in totale balia del dio.

Quarta e ultima parte: spinta dallo strapotere del monolito, la Discovery1arriva su Giove in un vortice di immagini, di suoni, e di colori abbacinanti che coinvolge anche lo spettatore e quasi lo stordisce. Poi la tempesta cessa in modo brusco: l’astronauta, succube del dio, viene calato nel silenzio e nella terribile solitudine di un ambiente in stile Luigi XVII materializzato per lui, una gabbia per uno strano animale e il sepolcro camuffato in cui si consumerà rapidamente. Infine, mentre Bowman sta agonizzando, il monolito riappare per provocare nel corpo del moribondo ciò che era stato stabilito fin dall’epoca preistorica: la nascita di una nuova razza semi-umana che, si presume, verrà poi inviata sulla Terra, dando il via a un’ulteriore Odissea.

La scena finale, tra le note di “Così parlò Zarathustra”, è il feto del superuomo che giganteggia contro l’abisso cosmico. Una conclusione magniloquente, che però ha in sé qualcosa di stonato. E il sospetto che dietro la trionfale musica straussiana, come dietro quella dell’altro Strauss, Johann jr., che celebrò i fasti dell’Impero Asburgico al tramonto e che nel film sembra paragonare le capacità tecnologiche degli uomini del 2001 a un’analoga illusione di durevole grandezza, il sospetto, dicevo, che là dietro si nasconda una lunga risata di amara, pessimistica ironia, a me è rimasto.

Superando i facili entusiasmi di quanti vedono nell’epilogo la sicura promessa di un’umanità più evoluta, ipotesi meno rassicuranti credo siano legittime. Ma Kubrick sapeva che il successo di un film non deriva dal senso che ciascuno può dargli, perché “La verità di una cosa sta nella sensazione che provoca, non nel pensarla”, e le sensazioni che 2001 trasmette dallo schermo sono tante e forti, frutto di un lavoro preparatorio di rara perfezione tecnica.         

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici
Cerca per tag
Please reload

Archivio
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square

© 2023 by Ryan Fields. Proudly created with wix.com

  • Instagram - Black Circle
  • Facebook - Black Circle
  • Twitter - Black Circle
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now