Dei del mare e del vento



L’idea per questo dipinto, antirealistico e un po’sul grafico, mi è venuta in circostanze abbastanza insolite: mi trovavo in una cittadina sul mare, in autunno, e dalla spiaggia deserta, battuta da un vento forte, guardavo l’orizzonte. La distesa d’acqua biancheggiava di cavalloni spumosi che si rovesciavano sulla battigia con fragore assordante; in lontananza, si profilava un preoccupante terzetto di trombe marine. Pensai che se fossero arrivate sulla terraferma avrebbero portato rovina e sfacelo, e che se le avessi dipinte, le avrei raffigurate come funesti titani. Però, riflettendo in astratto, e sperando che restassero lontane e innocue come poi avvenne, mi dissi che la distruzione non sempre è per il male. Un potere corrotto e dispotico, una palude che esala miasmi pestiferi, un virus patogeno e altre realtà calamitose, non è forse un bene che si cerchi di distruggerle? Soltanto dopo sarà possibile l’avvento di forze nuove, e il risanamento e il rifiorire di ciò che prima era offeso e depresso.

Per questa ragione, nel rappresentare la scena in chiave del tutto differente, mi presi totale licenza dalla natura e le immaginai sotto forma di tre colossali cornucopie, portatrici di abbondanza, veleggianti nel mare calmo del pensiero.

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