Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde



“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” è senza dubbio una delle opere più famose e affascinanti del grande R.L.Stevenson. Vari registi, nel corso del tempo, ne hanno realizzato la trasposizione cinematografica (ne esiste anche una televisiva, della RAI, protagonista Giorgio Albertazzi). Come ho già fatto in precedenza, metterò a confronto il testo letterario con la pellicola firmata da Victor Fleming, il regista del kolossal romantico “Via col vento”, e interpretata da uno dei miei attori preferiti: Spencer Tracy.

Il film, del 1941, non ebbe molti riconoscimenti, e restò oscurato dalla precedente versione, diretta da Rouben Mamoulian dieci anni prima, in cui Jekyll era Fredric March, l’attore dal volto apollineo che, tramite una truccatura forse esagerata, diventava una sorta di scimmione antropoide. Nel film di Fleming, invece, il trucco per la trasformazione del posato e nobile Jekyll nel suo alter ego violento e vizioso fu voluto da Tracy ridotto al minimo, nell’intento di dare maggiore risalto alla sua bravura di attore in quel difficile e duplice ruolo. Modificando il naso, allargando i globi oculari e marcandoli sopra e sotto con il nero, imbottendo parte delle guance e aggiungendo al tutto una tinta più scura dei capelli, Tracy completò poi il carattere del mostruoso Hyde modulando la voce e imprimendo ai suoi gesti agilità e forza straordinarie, che le controfigure assecondarono nelle scene acrobatiche. Il risultato fu impressionante: il signor Hyde di Tracy sprigiona una sottile e perfida gioia del Male, e credo che anche oggi, nonostante una certa diffusa abitudine a orribili esseri prodotti dalla tecnologia cinematografica, chiunque si dovesse imbattere in quell’individuo, specie nottetempo, fuggirebbe in preda al terrore, non per la bruttezza, bensì per la ferocia, così efficacemente espressa dal suo interprete.

Finora ho parlato dell’energica caratterizzazione di Spencer Tracy, ma è davvero interessante un confronto tra il testo di Stevenson e il film. Il tema del dissidio tra il Bene e il Male ha sempre esercitato su Stevenson una notevole attrazione, e lo dimostrano, ad esempio, il potente romanzo “Il Signore di Ballantrae” o ancora “Il club dei suicidi” e il seguito della stessa vicenda, narrato ne “Il dinamitardo”, nonché il racconto “Markheim”, dove al delitto fa seguito un immediato bisogno di espiazione. Tuttavia, nello “Strano caso” l’autore analizza, attraverso i personaggi, le insormontabili difficoltà di colui che tentasse di affrancarsi dal Male insito nella natura umana.

Gioverà accennare alla trama: il dottor Henry Jekyll, brillante medico di epoca Vittoriana, crea un composto chimico per scindere il lato nascosto della sua personalità, succube di piaceri perversi, probabilmente di natura erotica, di solito soddisfatti in maniera clandestina e con un vivo senso di colpa, da quella esteriore e professionale, cioè dal Jekyll uomo di scienza ambizioso e generalmente stimato, anche se talvolta discusso a causa delle sue audaci teorie. Sperimentando su sé stesso la rischiosa pozione, Jekyll vorrebbe così ottenere un doppio risultato: placare i propri istinti lussuriosi in modo da non esserne più distratto o confuso nell’esercizio della sua attività di medico e di ricercatore, e nello stesso tempo goderne senza più il timore di essere scoperto e quindi screditato, tramite il suo alter ego, che ha un aspetto del tutto diverso dal suo e a cui darà il nome di Hyde. All’inizio sembra che l’alternarsi dei due Jekyll, quello virtuoso e l’altro, abbia risolto i problemi esistenziali dello scienziato; se non che, mentre Jekyll è un insieme di Bene e Male, Hyde vanta una personalità univoca, pura nella sua essenza luciferina, e perciò a lungo andare si dimostra più forte del suo creatore, al punto da sopraffarlo a poco a poco, con il chiaro proposito di sostituirlo infine in modo irrevocabile, grazie anche alla decrescente efficacia della pozione.

Stevenson narra con la consueta maestria la graduale ascesa del malvagio Hyde a danno del suo padrone, e osserva anche il reciproco rapporto dei due esseri in lotta disperata per il possesso di un solo corpo; una vicenda di grande intensità, che però nella trasposizione sullo schermo richiedeva qualche concessione allo spettacolo. Infatti, nel film di Fleming sono state aggiunte due figure femminili che mancano nel racconto: la sentimentale fidanzata dello scienziato, dal viso d’angelo di Lana Turner, e la disinvolta cameriera di un bar notturno, ruolo in cui una giovane Ingrid Bergman mostra le sue già notevoli capacità di attrice; si tratta di una modifica che non solo non sminuisce la storia ma anzi la rende più verosimile, immergendola nella società del tempo, permeata di rigoroso contegno e di perbenismo, la stessa società che Oscar Wilde (citato anche in una scena del film) dileggiava con aristocratica ironia, e che poi scandalizzò, tanto da subirne una dura punizione. La fatale conclusione è tragica, e suona a monito di quegli scienziati che presumono di poter manipolare la natura senza alcuna remora: Jekyll-Hyde, reo di omicidio e ormai in trappola, è obbligato a suicidarsi (nel film viene ucciso a colpi di pistola dal suo ex-amico Lanyon).

Non si può escludere che “Lo strano caso” esprima, tra le righe, anche una teoria: la repressione degli istinti non li elimina, li sospinge verso uscite secondarie, provocando l’avvento di individui squilibrati e a volte letali. Risulta fin troppo facile pensare che questo possa avvenire specialmente in luoghi e periodi simili all’Inghilterra della regina Vittoria: ma è proprio così? A onore del vero, i tempi attuali sembrano smentirlo, perché la moderna trasgressione, spesso ostentata e ormai del tutto assimilata al consumismo, anche in termini commerciali, purtroppo non impedisce la violenza su donne e bambini, né l’esistenza di mostri che hanno molto poco da invidiare al brutale Edward Hyde.

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