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La donna che visse due volte

December 6, 2017

Cinema e letteratura: un binomio che dura da molto tempo ma sempre con risultati imprevedibili, perché da libri mediocri sono nati film di valore, e viceversa. L’argomento è comunque davvero interessante; così, secondo un criterio del tutto personale, ho scelto una di quelle “strane coppie”, e di seguito ne ho tracciato il confronto in sintesi. In fondo, è stato un po’ come mettere uno specchio davanti prima all’una e poi all’altra, e scoprire quale delle due immagini apparisse più nitida e attraente.

 

“La donna che visse due volte”: essendo Alfred Hitchcock uno dei miei registi preferiti, mi è bastato vedere quel titolo sullo scaffale di una libreria per decidermi a comprare il romanzo di Boileau e Narcejac (da cui il film venne tratto) e a leggerlo tutto d’un fiato. Pensavo di ritrovare in forma letteraria le stesse atmosfere misteriose e -perché no?- i medesimi personaggi delineati in modo ancora più chiaro grazie all’approfondimento che la scrittura può permettere: mi sbagliavo, invece. Chi più chi meno, gli interpreti della storia si sono rivelati infine differenti. Ma andiamo con ordine: François Truffaut era del parere che i due autori avessero realizzato l’opera apposta per il suo maestro “Hitch”; di certo, lui dovette rimanere piuttosto deluso, dato che poi sottopose la trama a diverse e sostanziose modifiche. Il protagonista, in particolare, chiave di volta dell’intera vicenda, l’ex poliziotto “Scottie”, è un uomo mentalmente equilibrato, sensibile però non debole, lontanissimo dall’avvocato Flavières del romanzo, che risulta tormentoso, soggetto a lugubri fantasticherie e incline all’alcolismo. A lettura ultimata e avendo rivisto il film, mi è balzato poi evidente quanto quest’ultimo fosse ricco di situazioni varie, dosate con sapienza dal regista (e dagli sceneggiatori Alec Coppel e Samuel Taylor), e il romanzo, invece, monotono, cupo e di accurata prolissità. Un breve riassunto della trama di “Vertigo” (titolo originale del film) faciliterà il paragone: John Scottie Ferguson ha abbandonato la polizia a causa di una debilitante paura del vuoto, cominciata quando un suo collega, durante l’inseguimento di un ladro sul tetto di un edificio, precipitò di lassù senza che lui potesse intervenire. Un amico (Helster, Gévigne nel romanzo) lo incarica di vegliare sulla moglie (Madeleine in entrambe le versioni), una donna introversa, fatalista, sempre più convinta di reincarnare una certa Carlotta Valdès, tanto da far temere che intenda emularne il suicidio, avvenuto in una Missione spagnola. Scottie si innamora della giovane donna (una Kim Novak al colmo dello splendore) ignorando che si tratta della complice del falso amico, oltre che sua amante, e che a cadere poi dalla torre campanaria (dove non è riuscito a salire a motivo della propria fobia) non è stata lei ma la vera moglie di Helster, gettata di sotto dal marito bramoso dell’eredità. Verrà aperta un’inchiesta: Scottie, allo scuro dell’assassinio, confermerà l’apparente suicidio, scagionando quindi Helster da qualunque responsabilità, ma la perdita dell’amata Madeleine lo sprofonderà in una grave crisi di apatia. Tempo dopo, dimesso dalla clinica e tuttavia ancora convalescente, Scottie s’imbatte in una sosia quasi perfetta di Madeleine, la segue, la avvicina, e comincia a corteggiarla, con il proposito di trasformare la giovane (Judy-Renée), scialba e un po’ volgare, nell’affascinante Madeleine. Finalmente, Judy, innamoratasi del suo strano spasimante, asseconda i suoi capricci e cambia colore dei capelli, acconciatura, trucco e abiti: così, in una delle scene clou del film, Scottie, ritrovata la perduta Madeleine in quella ragazza fin troppo arrendevole, la bacia a lungo con romantico trasporto. Tutto fila liscio, finché…Da lì in avanti, le storie del film e del libro si dividono, e il protagonista, già del tutto differente, come detto in precedenza, va incontro a un opposto destino: nel romanzo, Flavières si rifiuta di credere alla confessione di Renée che gli svela la macchinazione di cui è stato vittima, perché non vuole perdere di nuovo colei che si ostina a ritenere Madeleine rediviva, la donna che amava e che ama, succube di una morbosa passione necrofila proprio come lui.   Nel film, invece, è il solido e vigile Scottie (interpretato da un magistrale James Stewart) che scopre l’inganno e, ritrovate le sue capacità investigative, riesce anche a salire senza difficoltà  in cima alla torre della Missione, trascinandosi dietro l’atterrita Judy per costringerla ad ammettere le proprie colpe. Il finale sarà amaro in entrambe le versioni, ma di condanna inappellabile nel caso di Flavières, di doloroso riscatto in quello di Scottie.  Il film è diventato ormai un cult e con pieno merito, essendo uno dei migliori del grande Hitch; e non posso fare a meno di citare, tra i suoi pregi, la coinvolgente colonna sonora di Bernard Hermann. Il libro di Boileau e Narcejac, (edito da Sellerio) è un curioso mélange di giallo, noir e romanzo introspettivo, purtroppo di non facile lettura, anche per l’impostazione ossessiva della vicenda; a tale proposito, direi che la donna della storia, sebbene il suo suicidio sia solo una finzione, dopo quell’episodio non sembrerà affatto vivere per la seconda volta ma rimarrà inesorabilmente confinata “D’entre les morts”, come puntualizza il titolo francese dell’opera.

 

 

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