Claude Monet


In occasione della mostra su Claude Monet al Vittoriano di Roma, ho il piacere di inaugurare i miei articoli con alcune considerazioni su di lui; in seguito tratterò altri argomenti, anche non necessariamente artistici. Di seguito, traccio uno “schizzo” del grande artista, quindi conciso e saliente ma senza pretese; sarà solo la mia opinione. Tra i maestri dell’impressionismo, Claude Monet si è distinto per un’interpretazione della pittura en plein air che, andando oltre la pura bellezza dell’immagine, si è andata via via sviluppando in una profonda riflessione sulla natura stessa dell’arte di dipingere. Dare alla pittura un nuovo valore in un’epoca di straordinari cambiamenti era l’intento comune degli artisti del gruppo. Monet partì dalla volontà di cogliere l’attimo fuggente, ricostruendo sulla tela l’impressione di quanto vedevano i suoi occhi; proseguendo infaticabile nel suo lavoro di pittore e di intellettuale attento alle idee degli altri artisti suoi contemporanei, poco alla volta non limitò più la sua potente vena creativa all’aspetto fugace del mondo, che pure rappresentava l’essenza della sua arte.

I rapidi tocchi di colore che dovevano rendere, fra l’altro, la mobilità dell’acqua e i riflessi cromatici dell’atmosfera sulle forme immerse nella natura, visione sottratta al chiuso dell’atelier e restituita alla luce del giorno, quei piccoli tocchi sicuri, dalla tavolozza subito sulla tela e così nell’immagine del quadro, divennero col tempo la costruzione di ciò che la mente dell’artista elaborava sulla base dell’istante catturato dallo sguardo.

All’inizio del movimento, da un lato c’era stato Monet con gli altri “romantici”, desiderosi di ritrarre la natura dal vivo, senza condizionamenti accademici, con la felicità di una scoperta, e dall’altro i neoimpressionisti che avevano ideato una pittura rigorosamente basata sulle leggi ottiche e sui colori complementari. Accostavano i colori sul quadro a minuscole pennellate e poi affidavano all’occhio dello spettatore il compito di ricomporre in sintesi l’immagine: era il puntinismo di Seurat e Signac, una pittura di matrice scientifica, però artificiosa e avulsa dal senso della vita reale. Monet e i suoi colleghi Renoir e Sisley, per citare solo i principali, pur servendosi di analoghe regole tecniche, andarono oltre: diedero ai loro dipinti il potere di afferrare al volo un istante di realtà, trasmettendo la sensazione di un eterno presente, un tempo che non sarebbe andato mai perduto e che ancora oggi chi guarda quei quadri può ritrovare, per dirla con le parole della “Recherce” di Marcel Proust.

Tuttavia Monet non era artista da dormire sugli allori. Dipingendo, esplorò in modo sempre più frequente i mutamenti della stessa immagine in base alle variazioni temporali della luce, come si vede nei quadri dedicati alla cattedrale di Rouen. Era il logico sviluppo del lavoro precedente: Monet non ritraeva più soltanto l’istante di un’ immagine ma i suoi istanti successivi, e quindi catturava anche la continuità della visione nel tempo. Da qui a considerare con rinnovato interesse il soggetto agente della pittura, vale a dire l’artista stesso intento a osservare e a tradurre in forma pittorica ciò che vedeva, il passo era breve. Monet, anziano, dipinse grandi tele con le ninfee del suo magnifico giardino, una serie di opere giudicate a volte semplicemente decorative, ma che scaturirono invece come uno studio sul meditare la realtà visiva. Era sorto così un nuovo orizzonte creativo.



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